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Il 15 marzo 2019, i notiziari di tutto il mondo sono stati invasi dalle immagini della più grande manifestazione per il clima di tutti i tempi, in cui 1,6 milioni di persone sono scese in piazza e hanno marciato per le strade di 125 nazioni per chiedere ai governi politiche più serie contro il riscaldamento globale.

Come per le grandi battaglie per i diritti civili negli anni ’60, anche questa volta la denuncia è partita dai giovani, di cui si è fatta portavoce l’attivista sedicenne Greta Thunberg, studentessa svedese che è diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco da quando, il 20 agosto del 2018, si è seduta davanti al Parlamento svedese reggendo un cartello con la scritta “Sciopero della scuola per il clima”.

Non sorprende che siano proprio le nuove generazioni a pretendere con maggior urgenza degli interventi concreti per ridurre le emissioni e aumentare la sostenibilità nelle attività dell’uomo, che negli ultimi cento anni hanno lasciato un segno indelebile sul nostro pianeta.

Le conseguenze dello sfruttamento intensivo e dell’inquinamento spregiudicato, infatti, sono già in atto e, se non verranno intraprese immediatamente delle misure di contrasto, causeranno danni sempre più violenti nei decenni a venire.

Gli esperti parlano di 12 anni per fermare il disastro: ci resta poco più di un decennio per mettere in atto una vera e propria rivoluzione ecologica capace di frenare il cambiamento climatico provocato dallo sfruttamento spregiudicato delle risorse della nostra Terra.

Cambiamento climatico: cause…

Se il mondo è il pericolo la colpa è nostra. I ghiacciai si sciolgono, i livelli del mare salgono, le foreste si riducono e gli ecosistemi faticano ad adattarsi alle trasformazioni repentine dovute al riscaldamento globale, con conseguenze disastrose per la flora e la fauna terrestri.

Gli scienziati sono concordi nell’indicare che il 95% dei fenomeni legati al cambiamento climatico è dovuto alle attività antropiche, che nell’ultimo secolo e mezzo hanno causato un aumento innaturale delle temperature attraverso l’emissione di calore dovuta ai gas serra.

I gas serra – principalmente vapore acqueo (H2O), anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O), metano (CH4) ed esafluoruro di zolfo – sono gas naturali presenti da sempre nell’atmosfera che svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio termico del pianeta. Grazie alla loro capacità di trattenere la radiazione infrarossa riemessa dalla superficie dalla Terra, infatti, provocano un riscaldamento dell’atmosfera – definito “effetto serra” – che ha creato le condizioni necessarie per permettere l’evoluzione della vita terrestre.

Nell’ultimo secolo, però, gli interventi dell’uomo hanno causato una forte variazione nei livelli di questi gas – come la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera che è passata da 280 parti per milione nell’epoca preindustriale alle 440 ppm del 2017 – provocando un innalzamento senza precedenti nelle temperature globali.

Il 2018, infatti, è stato il quarto anno più caldo mai registrato, a conferma di quanto dicono ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando, e gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia.

Secondo i dati del WMO (Organizzazione metereologica mondiale) le temperature medie si sono alzate di +1.1°C rispetto a quelle registrate un secolo fa: una cifra che si avvicina pericolosamente a un altro limite massimo identificato dagli esperti, quello dei +2°C di aumento medio delle temperature che costituirà il punto di non ritorno, la svolta oltre la quale, qualunque cosa faremo, non sarà più possibile arrestare i risvolti catastrofici del cambiamento climatico.

…e conseguenze

I cambiamenti climatici mettono a dura prova gli equilibri dei processi ambientali e degli habitat, ovvero gli ecosistemi naturali quali foreste, praterie, deserti, sistemi montani, laghi e oceani, con effetti devastanti a cui stiamo già assistendo.

Ma qual è nello specifico il panorama che ci attende se non conterremo i danni del cambiamento climatico? Lo scenario che si prospetta è sconcertante:

  • Aumento delle temperature.

Se l’idea di vivere inverni più miti può sembrare allettante, basti ricordare l’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 decessi (dati OMS)

Un recente studio pubblicato su “Nature Climate change” analizza i rischi dovuti all’ipertermia, evidenziando come siano aumentati dagli anni ’80: anche se riducessimo subito le emissioni di CO2, entro il 2100 il 48% della popolazione mondiale sarebbe comunque in pericolo; la percentuale sale invece al 75% se non prendiamo provvedimenti.

  • Innalzamento del livello dei mari.

L’aumento delle temperature si fa sentire ancora di più ai poli, dove i ghiacci e le banchise si stanno sciogliendo, con conseguenze sul livello degli oceani: aumentano a una velocità doppia rispetto agli anni ’90. Secondo gli esperti, nella migliore delle ipotesi dobbiamo aspettarci un metro in più entro fine secolo.
In Italia l’area più critica è quella tra Venezia e Trieste, ma sono ben 33 le aree considerate a rischio.

  • Estinzione di specie animali e vegetali.

A cominciare dallo scioglimento dei ghiacci, che mette in pericolo orsi polari (si stima che ne spariranno i due terzi entro il 2050) e pinguini (dalle 32.000 coppie riproduttive presenti 30 anni fa, siamo passati alle 11.000 attuali), sono a rischio estinzione 1 specie su 6.
Secondo i ricercatori stiamo vivendo e causando la sesta estinzione di massa, la prima ad essere causata da una specie vivente; la cosa preoccupante non è solo il numero delle specie estinte, ma il calo dei soggetti che formano ogni specie: il numero di esemplari sul pianeta si è già dimezzato.

  • Acidificazione dei mari.

Circa un quarto della CO2 emessa in atmosfera finisce negli oceani, contribuendo a modificarne il PH: dall’inizio dell’era industriale, l’acidità è aumentata del 26%, con gravi conseguenze per l’ecosistema marino.
Le barriere coralline, ad esempio, già a forte rischio estinzione (il 35% dei coralli sono morti o stanno morendo), secondo gli scienziati potrebbero scomparire entro il 2050. In pericolo anche plancton, crostacei e molluschi, e poi a cascata l’intera catena alimentare; i danni sono più prossimi di quanto crediamo: se una volta gli esperti parlavano di secoli, ora si sono corretti in “decine di anni”.

  • Uragani e tempeste.

Il 2017 è stato ribattezzato “l’anno degli uragani”, uno dei quali ha raggiunto l’Europa per la prima volta dalla metà del 1800. Secondo le previsioni, i cambiamenti climatici porteranno a fenomeni metereologici sempre più estremi, sia in termini di frequenza che di intensità; nei prossimi anni dobbiamo aspettarci cicloni e tempeste tropicali con un potenziale distruttivo maggiore.

  • Siccità

L’altra faccia della medaglia è la siccità. Tutta l’area mediterranea è a rischio desertificazione, Italia compresa: questo significa un degrado del suolo che da terra fertile diventa deserto, compromettendo la produttività.
Secondo i dati del WWF, entro il 2030 questo fenomeno costringerà a migrare 700 milioni di persone.

  • Calo delle risorse di acqua dolce.

Una delle principali conseguenze del cambiamento climatico è un impatto sul ciclo dell’acqua e quindi sulla disponibilità delle risorse idriche. La minor disponibilità di acqua dolce è strettamente collegata alla riduzione delle piogge che, sommata all’evaporazione per le alte temperature e i continui prelievi dai bacini idrici, ha fatto sì che negli anni tra il 1948 e il 2004 si sia verificato un calo in almeno un terzo dei fiumi più importanti del mondo. Secondo l’ONU, se non conterremo l’azione nociva delle attività antropiche sul pianeta, nel 2030 avremo già esaurito il 40% dell’acqua dolce sulla Terra.

  • Impoverimento delle qualità del suolo.

Il suolo è una risorsa non rinnovabile, la cui conservazione è fondamentale per la sicurezza alimentare dell’umanità. Secondo la FAO, il 33% del suolo è da moderatamente ad altamente degradato a causa di erosione, perdita di nutrienti, acidificazione, salinizzazione, compattazione e inquinamento chimico.

  • Ridotte disponibilità di cibo.

Nonostante continui a diminuire la qualità del suolo, cresce la domanda alimentare: sempre secondo la FAO, solo per soddisfare la domanda di cibo, la produzione agricola deve aumentare, entro il 2040, del 60% a livello globale e quasi del 100% nei paesi in via di sviluppo. La buona notizia è che l’uso più efficiente dell’acqua, l’impiego ridotto dei pesticidi e il miglioramento della salute dei terreni possono far aumentare la resa agricola media del 79%.

  • Migrazioni di massa.

Se messe alle strette da disastri naturali ed esaurimento delle risorse, le specie animali, le piante e anche le persone sono costrette a spostarsi, con delle vere e proprie migrazioni, in cerca di climi adeguati. Così è in crescita il numero di migranti a causa del cambiamento climatico, che costituiscono il 15% di quelli mondiali.

  • Diffusione di malattie.

Anche batteri e virus imparano ad adattarsi, specie se trovano un clima favorevole. L’aumento delle temperature ha permesso il diffondersi di malattie tipiche delle zone tropicali, come malaria, colera e febbre dengue; secondo gli epidemiologi, è questione di tempo prima che arrivino anche in Italia, ad esempio nella Pianura Padana.

  • Danni economici.

L’Agenzia Ambientale Europea ha da poco pubblicato una ricerca sui rischi naturali in Europa, causati dai cambiamenti climatici. I fenomeni meteorologici estremi, tra il 1980 e il 2016, hanno causato perdite economiche pari a 433 miliardi, tra inondazioni, tempeste e siccità; tra i 28 stati della UE, quello che ha subito più danni è proprio l’Italia.

Un problema sulla bocca di tutti

Davanti a queste previsioni e all’evidenza tangibile degli stravolgimenti causati dal cambiamento climatico, è naturale che la sostenibilità sia diventata una tematica che non è più possibile ignorare. Il rapporto del quinto Osservatorio nazionale sulla sostenibilità indica infatti che nel 2018 il 74% della popolazione italiana il 15 per cento in più dello scorso anno – abbia dichiarato di essere interessato o appassionato all’argomento.

Una presa di coscienza che in molti sostengono sia arrivata persino troppo tardi, date le conseguenze disastrose che l’impatto dell’azione antropica sta già avendo sul pianeta, ma che è sintomatica di un cambiamento più grande che riguarda l’intera società: un altro dato positivo è quello che si riferisce alla voglia e alla motivazione che spinge l’86 per cento degli italiani a cambiare il loro atteggiamento per amore e rispetto della Terra, adottando uno stile di vita sostenibile che lasci alle future generazioni una “casa comune” dignitosa.

Sta nascendo finalmente una “green society” – un modo di vivere sempre più attento e consapevole – con cui si aprono anche nuove opportunità di crescita di consumo e di mercato per aziende e amministrazioni governative. Ancor più dei cittadini, infatti, le realtà che regolano e svolgono le attività produttive sono chiamate ad adottare misure e modelli di sviluppo sostenibili in contrapposizione al precedente modello di sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, a causa del quale oggi è sotto minaccia la sopravvivenza della nostra specie: una “green economy” che risponda alle esigenze della “green society”.

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