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Ridurre drasticamente la produzione di plastica non è soltanto un auspicio, ma sta diventando la norma grazie alle nuove leggi europee che impongono divieti e limitazioni sulla produzione e l’utilizzo di questo materiale altamente inquinante che contamina tutti gli habitat terrestri.

UN MARE DI PLASTICA

Secondo la Commissione Europea, circa l’80% dei rifiuti che inquinano i mari sono costituiti da plastica, un dato che sale al 95% secondo le stime del WWF. Sono fra i 10 e i 20 milioni le tonnellate di plastica che finiscono ogni anno negli oceani del Pianeta, provocando oltre 13 miliardi di dollari l’anno di danni agli ecosistemi marini.

L’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina e riversa in mare ogni anno tra le 150 e le 500mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e 130 mila tonnellate di microplastiche. 

Queste, come è noto, si accumulano al punto di creare vere e proprie “isole di plastica”, la più grande e famosa delle quali è quella situata nell’Oceano Pacifico, nota con il nome di “Pacific Trash Vortex”, la cui superficie copre un’area grande 4 volte la Francia.

Pur essendo la più vasta, però, non è purtroppo l’unica: alle 5 “isole di plastica” oceaniche – due nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’oceano Indiano – in cui si accumula la maggioranza dei rifiuti, si aggiunge il Mar Mediterraneo, classificato come la sesta grande zona di accumulo di rifiuti plastici al mondo, in cui si concentra il 7% della microplastica globale.

La maggior parte delle plastiche non si biodegrada in alcun modo, tutta quella dispersa in natura vi resterà per centinaia o migliaia di anni; decomponendosi molto lentamente, si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge.

I residui vengono ingeriti dagli animali – con 700 specie marine minacciate dalla plastica, di cui il 17% a rischio estinzione – come tartarughe marine, foche, delfini, balene ed uccelli, ma anche da pesci e crostacei, entrando così nella catena alimentare umana.

LE PLASTICHE NEL SUOLO…

Se i danni delle plastiche all’ecosistema marino sono finiti ormai su tutti i giornali, meno noto è l’effetto che hanno sulla terraferma, dove si stima che un terzo di tutti i rifiuti di plastica finisca nei suoli o nelle acque dolci.

Gli scienziati dicono che l’inquinamento microplastico terrestre è molto più alto dell’inquinamento microplastico marino: è stimato da 4 a 23 volte superiore, a seconda dell’ambiente. Generalmente, quando le particelle di plastica si degradano acquisiscono nuove proprietà fisiche e chimiche, aumentando il rischio di avere un effetto tossico sugli organismi.

… E NEL NOSTRO CORPO

Proprio per la sua composizione, infatti, la plastica tende a sgretolarsi, formando “microplastiche” di dimensioni infinitesimali che permangono fino a 1000 anni nel terreno. Degradandosi, possono rilasciare sostanze tossiche che provocano danni agli ecosistemi e anche all’uomo.

Secondo un recente studio dell’Istituto Leibniz, le microplastiche rilasciano additivi che sono noti per i loro effetti ormonali e possono disturbare il sistema ormonale di vertebrati e invertebrati. Inoltre, particelle di dimensioni nanometriche possono causare infiammazione, attraversare le barriere cellulari e attraversare persino membrane altamente selettive come la barriera emato-encefalica o la placenta. All’interno della cellula possono innescare, tra le altre cose, cambiamenti nell’espressione genica e nelle reazioni biochimiche.

LA NUOVA NORMATIVA

Per ridurre queste forme di inquinamento, a partire dal 2021, il Parlamento Europeo ha disposto l’abolizione delle plastiche monouso – quelle che compongono oggetti usa-e-getta come cannucce, cotton-fioc, piatte e posate –  e l’obbligatorietà del recupero al fine del riciclo del 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029. Entro il 2025, inoltre, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà essere composto da materiali riciclati, quota che salirà al 30% entro il 2030.

Nel testo adottato si propone che il divieto di utilizzo dei prodotti per i quali esistono alternative sia esteso anche ai prodotti di plastica oxodegradabile ed ai contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso. Per i prodotti monouso per i quali, invece, non esistono alternative, gli Stati membri dovranno mettere a punto piani nazionali, con misure dettagliate, per ridurre significativamente il loro utilizzo, da tramettere alla Commissione entro due anni dall’entrata in vigore della direttiva.

È un messaggio forte quello inviato dall’UE agli Stati membri, alle aziende del territorio e ai cittadini, che ribadisce l’importanza ormai improrogabile di porre fine ai metodi produttivi non sostenibili e di adottare pratiche ecologiche e consapevoli.

IL MOMENTO È ARRIVATO DI DIRE ADDIO ALLA PLASTICA E INTRODURRE NELLE FILIERE MATERIALI ALTERNATIVI, PROPRIO COME IL BAMBÙ: UN MATERIALE RESISTENTE, MULTIFUNZIONALE, ESTETICAMENTE PIACEVOLE E SALUTARE PER I NOSTRI CORPI, LE NOSTRE ECONOMIE E LA NOSTRA TERRA.

Scopriamo alcuni tra gli oltre 1600 utilizzi di questa pianta prodigiosa:

IL MERCATO ALIMENTARE:

Sono circa 200 le specie di bambù commestibili che forniscono germogli di gusto gradevole. Da un punto di vista nutritivo i germogli di bambù freschi rappresentano un alimento sano, nutriente, a basso contenuto di grassi ed elevato contenuto di fibre: 100 grammi contengono solo 27 calorie e ben 2,2 grammi di fibre. I germogli di bambù sono inoltre ricchi di vitamine del gruppo B, indispensabili per il corretto funzionamento del metabolismo, e di minerali come il manganese e il rame. Si è recentemente scoperto che dispongono anche di piccole quantità di altri minerali essenziali ed elettroliti quali calcio, ferro e fosforo. 100 grammi di germogli contengono ad esempio circa 533 mg di potassio, un minerale importante che aiuta nel controllo della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna ed è capace di contrastare gli effetti negativi del sodio all’interno del nostro organismo.

Data la loro diffusione anche nelle cucine occidentali, i germogli di bambù possono essere trovati in molti negozi di alimentari, oltre che nei ristoranti cinesi di tutto il mondo. Anche dopo la cottura i germogli di bambù mantengono la loro fragranza, poiché la cottura non distrugge la loro struttura. Una volta cotti, i germogli di bambù possono essere conservati e distribuiti in tutto il mondo.

IL SETTORE TESSILE:

Una delle applicazioni più innovative è l’uso del bambù Moso come fibra tessile per produrre indumenti ad elevata sostenibilità. Kate O’Connor chiama la moda in bambù “un modo di vestire molto più economico [della seta] e molto più sostenibile per l’ambiente”, “il tessuto perfetto per l’estate”.

Stilisti come Diane von Furstenberg, Oscar de la Renta, Kate O’Connor, ed eco-stilisti come Amanda Shi Avita, Linda Loudermilk, Katherine Hamnett e Miho Aoki (per citarne solo alcuni) hanno in comune l’utilizzo del bambù per la creazione dei loro capi. La morbidezza, la lucentezza, il prezzo abbordabile se paragonato a seta e cachemire e l’eco-sostenibilità hanno infatti attirato l’attenzione verso questo materiale.

I tessuti fabbricati chimicamente con viscosa di bambù hanno alcune proprietà amate da stilisti e consumatori sia convenzionali sia eco-consapevoli:

  • Sono naturalmente morbidi e lucenti.
  • Sono meno costosi e più resistenti della seta (i capi d’abbigliamento in bambù possono essere tranquillamente messi in lavatrice e nell’asciugatrice).
  • Sono ipoallergenici, e adatti anche a pelli sensibili grazie alla struttura liscia e rotonda delle fibre.
  • Sono antibatterici e antifungini, grazie ad un agente antibatterico presente nelle piante di bambù che aiuta anche a trattenere gli odori.
  • Sono altamente assorbenti, quasi 3 o 4 volte in più rispetto al cotone, traspiranti e termoregolatori: in condizioni meteorologiche calde e umide gli abiti in bambù contribuiscono a mantenere chi li indossa più asciutto, più fresco e più comodo, rispettando la pelle.
  • Proteggono dai raggi UV dannosi (ne schermano circa il 98%).

Inoltre, i capi di abbigliamento in bambù sono al 100% biodegradabili e possono essere completamente decomposti nel suolo da microrganismi o alla luce del sole, senza rilasciare, durante la decomposizione, sostanze inquinanti come il gas metano, che è comunemente prodotto nelle discariche.

In Italia ad oggi l’uso del bambù per l’abbigliamento è poco frequente, se non in forma estremamente limitata e sotto forma di fibra naturale. Solitamente il filato di bambù nell’abbigliamento è utilizzato prevalentemente insieme al cotone (50% bambù e 50% cotone), mentre nella creazione di accessori quali calze, sciarpe, cappelli, panni per casa, panni per occhiali e asciugamani spesso viene utilizzata al 100% solo fibra di bambù. Esistono tuttavia alcune realtà aziendali che hanno deciso di investire in questo tipo di materiale, come l’industria tessile piemontese.

EDILIZIA E BIOARCHITETTURA:

Il bambù è sempre più utilizzato come materiale da costruzione grazie ad una maggiore resistenza a tensione e compressione rispetto al legno. La resistenza delle sue fibre alla tensione può arrivare a quasi due volte quella dell’acciaio mentre la resistenza alla compressione supera addirittura il calcestruzzo.

La costruzione di case in bambù è una pratica tradizionale comune in gran parte dei paesi in via di sviluppo dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa e diventa particolarmente diffusa nelle aree rurali dove le comunità locali costruiscono basandosi su metodi tradizionali e attraverso l’uso di tecniche tramandate da generazioni. L’interesse di numerosi architetti prevalentemente occidentali e sudamericani, che negli ultimi decenni hanno dedicato i loro studi e le loro sperimentazioni alle proprietà meccanico-fisiche del bambù e al suo impiego nel settore dell’edilizia, hanno prodotto risultati innovativi apportando un notevole sviluppo nella concezione di questo materiale.

Nell’ambito delle costruzioni a basso costo, il bambù si presenta infatti come un materiale competitivo: è un materiale economico ed ecosostenibile e si possono costruire abitazioni con poche centinaia di dollari, completamente smontabili e riparabili, comode e fresche da abitare. Architetti, eco designer ed interior designer oltre che ambientalisti non potevano non notare un materiale da costruzione 50 volte più resistente della quercia ma più leggero del cemento armato, flessibile, esteticamente gradevole e sostenibile, idoneo ad essere utilizzato anche per costruire ponti e cattedrali. Grazie a queste caratteristiche uniche, l’interesse al bambù come materiale da costruzione sta crescendo piuttosto velocemente anche in Europa.

In Colombia, in prima linea nelle moderne architetture sostenibili che utilizzano bambù, architetti come Oscar Hidalgo Lopez, Marcelo Villegas, Simon Velez, realizzano pregiate residenze ma anche uffici pubblici con bambù. Negli Stati Uniti Darrel DeBoer è un architetto specializzato nella costruzione di edifici con materiali sostenibili e ha creato edifici universitari grazie al bambù, scrivendo un manuale sull’utilizzo della pianta. Nelle Hawaii edifici governativi vengono realizzati con il bambù raggiungendo elevati livelli di certificazione strutturale; sempre negli USA numerose sono ormai le case realizzate completamente in bambù, ed aziende specializzate nell’utilizzo del bambù sperano di espanderne l’utilizzo anche in altre zone temperate dell’Europa.

In Italia è stata costruita la prima struttura d’Europa a uso pubblico interamente in bambù e a carattere permanente: si trova a Vergiate (VA) ed è destinata a ospitare le manifestazioni estive del paese. Per costruirla sono stati utilizzati 400 culmi di bambù, per un totale di circa 500 metri quadrati.

Il bambù, laminato o pressato, può inoltre essere impiegato per pavimenti, rivestimenti e arredamento trattato naturalmente con colori naturali. Grazie all’ottima qualità e al prezzo concorrenziale, in Europa sta avvenendo una decisa espansione dell’uso del bambù come materiale di rivestimento per pavimentazioni.

Le aziende italiane del legno commercializzano il bambù principalmente sotto forma di pannelli o in fogli sottili (impiallacciatura). Attualmente il bambù viene importato in Italia dai vari paesi di produzione sia come materia prima che sotto forma di legname.
Ad evidenziare una tendenza che pare irreversibile Scavolini è una delle grandi firme dell’arredamento italiano che oggi puntano al bambù nella loro produzione di cucine.

ALTRI UTILIZZI DEL BAMBÙ:

Grazie alle fibre flessibili e morbide, il bambù rende possibile la realizzazione di una vasta gamma di prodotti e di forme, e sono centinaia le altre applicazioni del bambù. Sul mercato esistono prodotti di ogni tipo fatti con questo materiale: accessori per la cucina, contenitori di vario genere, sedie, tavoli e gazebi da giardino, caschi, biciclette, cover per cellulari, tastiere per pc, vasi e un’infinità di suppellettili.

I gioielli in bambù montati su oro oppure con pietre preziose incastonate creati dalla stilista e imprenditrice Betty Feffer sono una delle manifestazioni più raffinate. Uno stilista del calibro di Gucci, precursore e creatore di mode, ha da molti anni creato un’intera linea di borse con manici ed accessori in bambù, chiamata Bambù Forever.

INSOMMA, PER CHI SI CHIEDE COME FAREMO A SOSTITUIRE LA PLASTICA, LA RISPOSTA C’E’ E SI CHIAMA BAMBÙ!

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