Come si coltiva il bambù gigante Moso?

Delle circa 1.500 varietà di bambù che popolano la terra, è facile sostenere che il Moso sia la più importante di tutte. 

Noto anche come Phyllostachys edulis, Il bambù della varietà “Moso” non è una novità, ma negli ultimi anni ha scatenato una rivoluzione nel settore agricolo, tessile e delle costruzioni.

Quando senti parlare di abbigliamento e pavimenti in bambù, molto probabilmente si tratta di prodotti realizzati con il Moso. Quando vedi impalcature di bambù sui grattacieli in Cina, Taiwan e Hong Kong, è molto probabile che sia Moso. E quando le persone parlano del bambù che cresce a ritmi strabilianti, il Moso è proprio una delle varietà che si sviluppano a importanti velocità ed altezze.

Ma come si coltiva questa pianta prodigiosa?

Le origini

Se il bambù cresce ovunque nel mondo, grazie alla capacità di resistere a temperature sia sopra che sotto lo zero, si pensa che la sua origine sia stata in Cina, dove si registrarono i primissimi utilizzi del bambù per produrre oggetti di tutti i giorni. 

Ancora oggi, la specie di bambù più importante in Cina è proprio il Moso, che copre circa 3 milioni di ettari, o 30.000 km2 del territorio. È la specie principale per la produzione di legname e germogli di bambù – non a caso il nome latino contiene la definizione “edulis”, “commestibile” – e svolge un ruolo molto importante per l’ambiente ecologico e per l’economia del paese.

Oggi

Nonostante sia “nato” in Cina, oggi il bambù è riconosciuto a livello mondiale come uno dei materiali più utili, versatili, resistenti e sostenibili in circolazione. Non a caso, la sua coltivazione intensiva si è allargata a coprire praticamente tutte le aree del mondo che non siano soggette a grandi freddi: in occidente è molto diffuso negli Stati Uniti, sulla costa del Golfo del Messico, in Sudamerica e da qualche tempo anche in Europa, dove noi di Forever Bambù siamo orgogliosi di rappresentare il leader per la piantumazione di bambù gigante Moso. 

Perché il Moso

Oltre ad adattarsi al nostro clima, il Moso produce il fusto dal legno di maggiore qualità, superando in durezza e resistenza molti legni pregiati, ha capacità di assorbire la CO2 superiori a una foresta tradizionale e oltre 1500 applicazioni industriali e manifatturiere. Grazie alle sue caratteristiche specifiche, è uno dei materiali più adatti per la realizzazione di tessuti, con una resistenza tre volte superiore a cotone, rayon, lana, poliestere e altre fibre di uso comune. Anche per la realizzazione di pavimenti, il Moso si dimostra ben più resistente di buona parte dei materiali attualmente a disposizione sul mercato. Inoltre, è una varietà piuttosto semplice da coltivare, che garantisce una buona resa e una vita produttiva, per ciascun bambuseto, di circa 100 anni.

Coltivare il bambù Moso: la scelta del terreno

Le specie più grandi di bambù, come il Moso, crescono particolarmente velocemente e diventano più sane quando vengono esposte alla piena luce solare dopo il processo di germinazione. Per questo, si consiglia la scelta di un terreno soleggiato, caratterizzato da un cima temperato, con abbondante accesso all’acqua e ampio spazio per lo sviluppo del bambuseto. Una volta maturo, infatti, il bambuseto costituisce uno spettacolo impressionante caratterizzato da canne alte 7 metri e più, che sovrastano chi vi passeggia e lasciano filtrare la luce del sole e l’aria attraverso il proprio lussureggiante fogliame. Non solo: ogni appezzamento di bambù superiore a 1 ettaro può costituire un prezioso habitat per volatili e piccola fauna che 

Quando iniziare la piantumazione

Il Moso sopporta bene temperature sopra e sotto lo zero, ma nei primi mesi di vita della pianta è consigliabile evitare che sia esposta a gelate: per questo il periodo migliore per la piantumazione è la primavera. 

Semi o rizomi?

Il bambù Moso, trattandosi di una specie “strisciante”, ha due modi di propagarsi: il primo tramite i semi, che possono essere piantati in un terreno idoneo e coltivati fino alla germogliazione; il secondo invece prende le mosse da piantine già sviluppate e trapiantate nel terreno, le cosiddette “piante madre”, che generano sottoterra un rizoma dal quale si svilupperanno successivamente le canne. 

Date le difficoltà di attecchimento che spesso si riscontrano nella piantumazione dei semi, è consigliabile scegliere piuttosto la coltivazione a partire dalle piante madri.

L’infanzia di un bambuseto

Dopo la semina, nel giro di relativamente poco sarà possibile ammirare i primi germogli di bambù, i cui tempi medi di germinazione sono intorno alle 3 – 4 settimane. Un culmo di bambù gigante, durante i primi 10 giorni della sua vita è detto germoglio, e misura pochi centimetri.

Superata la prima fase, il culmo si estende raggiungendo in soli 90 giorni il suo massimo diametro esterno e la sua altezza massima, ma è ancora allo stato erbaceo, morbido e con uno strato legnoso troppo sottile per essere utilizzato. Per questo è necessario lasciare che la pianta maturi in campo per 3-4 anni, durante i quali non aumenta di altezza né di diametro esterno, ma indurisce la sua struttura e maggiora lo spessore interno dello strato legnoso, generando il legname della qualità e quantità richiesta per il taglio.

Manutenzione

Per permettere alle piante di bambù di espandersi e svilupparsi al meglio, per i primi 6/7 anni si lasciano in campo tutti i culmi e i germogli spuntati: ogni anno la pianta maggiorerà la sua estensione in maniera esponenziale, e conseguentemente sarà maggiorato sia il numero dei nuovi culmi, sia la sua dimensione. Di conseguenza, una pianta che ha 7 anni produrrà un numero maggiore di culmi nuovi, e ben più grandi, rispetto a una pianta di 5 anni, e così via fino a raggiungere la maturità piena, ovvero quando arriva a produrre canne di dimensione commerciabile. Per questo, a partire dal 7° anno si effettuano “sfalci di assestamento”, ovvero il taglio delle prime canne prodotte nel campo, che risulteranno più piccole rispetto a quelle nate in seguito al raggiungimento della maturità della pianta, la quale inizierà quindi a sostituire le canne tagliate con nuovi culmi di maggiori dimensioni. In questo modo, intorno al 10° anno di vita del bambuseto si potranno raccogliere le prime canne di grandi dimensioni e resistenza, che a partire dal 7° anno si saranno sviluppate per 3 anni di crescita. 

Un bambuseto a pieno regime: 100 anni di sogni

Grazie ai tagli di assestamento, intorno al 10° anno in campo saranno presenti solo canne nate nel 7°,8° e 9° anno, più i germogli nati nel 10° che diventeranno culmi nel giro di pochi mesi. È a questo punto che la coltivazione si può definire a regime, dato che sarà possibile tagliare ogni anno culmi di 3 anni che saranno sostituiti dai germogli appena nati, mantenendo così la coltivazione per numerosi decenni. La durata di vita media di un bambuseto a regime, infatti, è di ben 100 anni! Questo significa che, dopo i primi 10 anni di preparazione e assestamento, un bambuseto maturo darà frutti costanti per quasi un secolo, con poche esigenze di manutenzione e garantendo al contempo 100 anni di aria più pulita, ambienti sani per la fauna locale, rigenerazione dei terreni e numerose altre ricadute ambientali, oltre a quelle economiche che potranno beneficiare non solo chi ha sostenuto l’avvio del bambuseto, ma anche le generazioni successive.

L’agricoltura biodinamica: il metodo dell’armonia

Agricoltura biodinamica: un metodo sostenibile e rispettoso della natura

Oggi si sente sempre più spesso parlare di agricoltura biodinamica: con quasi 100 anni di storia, questo modo “anticonvenzionale” di fare agricoltura si basa su un vero e proprio sistema filosofico che afferma la profonda interconnessione tra uomo, natura e forze cosmiche. 

È una maniera di osservare, lavorare e vivere la terra che porta ad apprezzare l’armonia di un campo coltivato, il succedersi delle stagioni e del tempo.

Il suo obiettivo primario è quello di accrescere e preservare la fertilità del terreno attraverso strumenti generati dai processi naturali e nel pieno rispetto dei suoi ritmi.

Spesso confusa con l’agricoltura biologica, con la quale condivide il rifiuto di qualsiasi prodotto di origine chimica, l’agricoltura biodinamica è invece un metodo a sé stante, soggetto alla regolamentazione dell’Unione europea e sottoposto al controllo degli enti certificatori.

Agricoltura biodinamica: cos’è

L’agricoltura biodinamica non è semplicemente un metodo di coltivazione, ma una vera e propria filosofia di vita basata su alcuni principi fondamentali, quali il profondo legame con la natura e il completo rispetto dei suoi tempi.

Si tratta di un “modo di fare agricoltura” che si rifà a una visione “olistica” dell’azienda agricola, considerata come un vero e proprio organismo vivente che agisce in modo complesso.

Il terreno, le piante, gli uomini e gli animali sono da intendersi come parte di un unico grande sistema, dove tutto è interconnesso e in grado di autoregolarsi, senza bisogno di input esterni.

Con il metodo biodinamico l’agricoltura è in totale armonia con la natura, con la terra e con gli uomini e rappresenta un percorso che, attraverso l’utilizzo di particolari tecniche e strumenti, porta l’agricoltore a creare un organismo aziendale vitale in grado di diffondere prodotti sani e di qualità.

Rudolf Steiner: il padre della biodinamica

L’agricoltura biodinamica nasce nel 1924 per opera del filosofo austriaco Rudolf Steiner durante le famose conferenze da lui tenute a Koberwitz. 

Essa si collega strettamente alla sua dottrina filosofica, denominata antroposofia, che afferma la profonda interconnessione tra realtà fisica e dimensione “spirituale” e sostiene una visione globale della vita del Pianeta.

Alla base di tale pensiero, che coinvolge medicina, scienza, arte e pedagogia, c’è una rinnovata concezione dell’uomo in sinergia con le forze della terra e del cosmo.

Steiner si avvicinò all’agronomia per rispondere alle richieste degli agricoltori dell’epoca, che cercavano una soluzione alternativa agli additivi chimici per l’allevamento e la coltivazione nelle fattorie. Fu così che, conciliando la sua visione spirituale antroposofica del mondo alla produzione del cibo, arrivò ad elaborare il metodo biodinamico, opposto a un’agricoltura fondata esclusivamente sull’applicazione di schemi di natura fisico-chimica.

Regole e strumenti del metodo biodinamico

Secondo il metodo biodinamico la vitalità e la fertilità del terreno devono essere mantenute utilizzando esclusivamente mezzi di origine naturale, senza danneggiare, impoverire o inquinare, ma al contrario rigenerando l’ambiente.

Lo scopo è quello di produrre alimenti con una qualità superiore, che nutrano mente e corpo.

I fertilizzanti minerali sintetici e i pesticidi chimici sono strettamente vietati. Al loro posto si utilizzano strumenti quali compost e preparati biodinamici di vario tipo e rotazioni colturali.

Non a caso le aziende agricole biodinamiche sono spesso dotate anche di un allevamento di bestiame: in questo modo possono ricavare dal concime prodotto dagli animali il fertilizzante necessario per incrementare la vitalità del terreno.

All’interno dell’organismo agricolo ogni elemento, animale o vegetale, ha infatti un ruolo specifico, che contribuisce al mantenimento dell’equilibrio e al raggiungimento del risultato finale.

 

 

Differenza tra agricoltura biodinamica e biologica

Pur essendoci numerosi punti in comune – come ad esempio il divieto di utilizzare fertilizzanti e pesticidi chimici o il rispetto della biodiversità –  il metodo biodinamico si differenzia sotto diversi aspetti da quello biologico.

Una sintonia ancora maggiore con il mondo naturale, l’utilizzo di alcuni particolari preparati a base di erbe minerali e il riferimento ai cicli lunari per la semina e il lavoro nei campi, sono alcuni dei tratti peculiari dell’agricoltura biodinamica.

Inoltre, tutti i prodotti biodinamici devono non solo essere certificati secondo le stesse linee guida dell’agricoltura biologica, ma necessitano anche di un’ulteriore certificazione ad hoc: lo standard Demeter.

I prodotti derivanti da agricoltura biodinamica (vini, cereali, ecc.,) sono dunque doppiamente controllati, offrendo così una duplice tutela a chi li consuma.

Il metodo biodinamico nella coltivazione del bambù

Fin dalla sua nascita nel 2014, il progetto Forever Bambù ha sempre seguito i principi della filosofia naturale e sostenibile della biodinamica.

La nostra missione è infatti quella di creare foreste biodinamiche di Bambù Gigante in tutta Italia, coniugando a una filiera strutturata l’attenzione per l’ambiente e il territorio.

Non solo possediamo il riconoscimento di azienda agricola biologica, ma siamo anche l’unica società̀ di agricoltura biodinamica in Italia certificata Demeter per quanto riguarda la coltivazione del bambù e la produzione dei prodotti derivati: canne e germogli.

Operiamo quindi nel pieno rispetto delle regole che caratterizzano il metodo biodinamico, assecondando i ritmi naturali della terra.

Nei nostri processi agricoli, ad esempio, utilizziamo esclusivamente letame compostato biodinamico e humus di lombrico (uno degli animali essenziali nelle fattorie biodinamiche).

Bambù e agricoltura biodinamica: la scelta giusta per l’ambiente

I danni provocati all’ambiente dalle attività dell’uomo e dallo sfruttamento sconsiderato delle sue risorse sono oggi sulla bocca di tutti.

Ora più che mai è necessario invertire la rotta e abbandonare i modelli produttivi ed economici del passato in favore di un utilizzo più rispettoso e consapevole di ciò che la Terra ci mette a disposizione.

Forever Bambù è nato proprio dalla volontà di trovare una soluzione reale alla crisi ambientale. Stufi delle chiacchiere, abbiamo deciso di impegnarci concretamente per garantire un futuro alle nuove generazioni, trovando nell’agricoltura biodinamica e nel bambù i giusti alleati per raggiungere tale obiettivo.

Tramite la coltivazione del bambù – una pianta dagli innumerevoli effetti positivi sull’ambiente – e l’utilizzo del metodo biodinamico – fondato sul profondo rispetto della Natura – crediamo fermamente di poter fare la differenza e contribuire attivamente alla costruzione di un mondo migliore.

Meno plastica, più bambù!

sostituire la plastica con il bambù

Ridurre drasticamente la produzione di plastica non è soltanto un auspicio, ma sta diventando la norma grazie alle nuove leggi europee che impongono divieti e limitazioni sulla produzione e l’utilizzo di questo materiale altamente inquinante che contamina tutti gli habitat terrestri.

UN MARE DI PLASTICA

Secondo la Commissione Europea, circa l’80% dei rifiuti che inquinano i mari sono costituiti da plastica, un dato che sale al 95% secondo le stime del WWF. Sono fra i 10 e i 20 milioni le tonnellate di plastica che finiscono ogni anno negli oceani del Pianeta, provocando oltre 13 miliardi di dollari l’anno di danni agli ecosistemi marini.

L’Europa è il secondo produttore di plastica al mondo dopo la Cina e riversa in mare ogni anno tra le 150 e le 500mila tonnellate di macroplastiche e tra le 70 e 130 mila tonnellate di microplastiche. 

Queste, come è noto, si accumulano al punto di creare vere e proprie “isole di plastica”, la più grande e famosa delle quali è quella situata nell’Oceano Pacifico, nota con il nome di “Pacific Trash Vortex”, la cui superficie copre un’area grande 4 volte la Francia.

Pur essendo la più vasta, però, non è purtroppo l’unica: alle 5 “isole di plastica” oceaniche – due nel Pacifico, due nell’Atlantico e una nell’oceano Indiano – in cui si accumula la maggioranza dei rifiuti, si aggiunge il Mar Mediterraneo, classificato come la sesta grande zona di accumulo di rifiuti plastici al mondo, in cui si concentra il 7% della microplastica globale.

La maggior parte delle plastiche non si biodegrada in alcun modo, tutta quella dispersa in natura vi resterà per centinaia o migliaia di anni; decomponendosi molto lentamente, si accumula nei mari, negli oceani e sulle spiagge.

I residui vengono ingeriti dagli animali – con 700 specie marine minacciate dalla plastica, di cui il 17% a rischio estinzione – come tartarughe marine, foche, delfini, balene ed uccelli, ma anche da pesci e crostacei, entrando così nella catena alimentare umana.

LE PLASTICHE NEL SUOLO…

Se i danni delle plastiche all’ecosistema marino sono finiti ormai su tutti i giornali, meno noto è l’effetto che hanno sulla terraferma, dove si stima che un terzo di tutti i rifiuti di plastica finisca nei suoli o nelle acque dolci.

Gli scienziati dicono che l’inquinamento microplastico terrestre è molto più alto dell’inquinamento microplastico marino: è stimato da 4 a 23 volte superiore, a seconda dell’ambiente. Generalmente, quando le particelle di plastica si degradano acquisiscono nuove proprietà fisiche e chimiche, aumentando il rischio di avere un effetto tossico sugli organismi.

… E NEL NOSTRO CORPO

Proprio per la sua composizione, infatti, la plastica tende a sgretolarsi, formando “microplastiche” di dimensioni infinitesimali che permangono fino a 1000 anni nel terreno. Degradandosi, possono rilasciare sostanze tossiche che provocano danni agli ecosistemi e anche all’uomo.

Secondo un recente studio dell’Istituto Leibniz, le microplastiche rilasciano additivi che sono noti per i loro effetti ormonali e possono disturbare il sistema ormonale di vertebrati e invertebrati. Inoltre, particelle di dimensioni nanometriche possono causare infiammazione, attraversare le barriere cellulari e attraversare persino membrane altamente selettive come la barriera emato-encefalica o la placenta. All’interno della cellula possono innescare, tra le altre cose, cambiamenti nell’espressione genica e nelle reazioni biochimiche.

LA NUOVA NORMATIVA

Per ridurre queste forme di inquinamento, a partire dal 2021, il Parlamento Europeo ha disposto l’abolizione delle plastiche monouso – quelle che compongono oggetti usa-e-getta come cannucce, cotton-fioc, piatte e posate –  e l’obbligatorietà del recupero al fine del riciclo del 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029. Entro il 2025, inoltre, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà essere composto da materiali riciclati, quota che salirà al 30% entro il 2030.

Nel testo adottato si propone che il divieto di utilizzo dei prodotti per i quali esistono alternative sia esteso anche ai prodotti di plastica oxodegradabile ed ai contenitori per cibo da asporto in polistirene espanso. Per i prodotti monouso per i quali, invece, non esistono alternative, gli Stati membri dovranno mettere a punto piani nazionali, con misure dettagliate, per ridurre significativamente il loro utilizzo, da tramettere alla Commissione entro due anni dall’entrata in vigore della direttiva.

È un messaggio forte quello inviato dall’UE agli Stati membri, alle aziende del territorio e ai cittadini, che ribadisce l’importanza ormai improrogabile di porre fine ai metodi produttivi non sostenibili e di adottare pratiche ecologiche e consapevoli.

IL MOMENTO È ARRIVATO DI DIRE ADDIO ALLA PLASTICA E INTRODURRE NELLE FILIERE MATERIALI ALTERNATIVI, PROPRIO COME IL BAMBÙ: UN MATERIALE RESISTENTE, MULTIFUNZIONALE, ESTETICAMENTE PIACEVOLE E SALUTARE PER I NOSTRI CORPI, LE NOSTRE ECONOMIE E LA NOSTRA TERRA.

Scopriamo alcuni tra gli oltre 1600 utilizzi di questa pianta prodigiosa:

IL MERCATO ALIMENTARE:

Sono circa 200 le specie di bambù commestibili che forniscono germogli di gusto gradevole. Da un punto di vista nutritivo i germogli di bambù freschi rappresentano un alimento sano, nutriente, a basso contenuto di grassi ed elevato contenuto di fibre: 100 grammi contengono solo 27 calorie e ben 2,2 grammi di fibre. I germogli di bambù sono inoltre ricchi di vitamine del gruppo B, indispensabili per il corretto funzionamento del metabolismo, e di minerali come il manganese e il rame. Si è recentemente scoperto che dispongono anche di piccole quantità di altri minerali essenziali ed elettroliti quali calcio, ferro e fosforo. 100 grammi di germogli contengono ad esempio circa 533 mg di potassio, un minerale importante che aiuta nel controllo della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna ed è capace di contrastare gli effetti negativi del sodio all’interno del nostro organismo.

Data la loro diffusione anche nelle cucine occidentali, i germogli di bambù possono essere trovati in molti negozi di alimentari, oltre che nei ristoranti cinesi di tutto il mondo. Anche dopo la cottura i germogli di bambù mantengono la loro fragranza, poiché la cottura non distrugge la loro struttura. Una volta cotti, i germogli di bambù possono essere conservati e distribuiti in tutto il mondo.

IL SETTORE TESSILE:

Una delle applicazioni più innovative è l’uso del bambù Moso come fibra tessile per produrre indumenti ad elevata sostenibilità. Kate O’Connor chiama la moda in bambù “un modo di vestire molto più economico [della seta] e molto più sostenibile per l’ambiente”, “il tessuto perfetto per l’estate”.

Stilisti come Diane von Furstenberg, Oscar de la Renta, Kate O’Connor, ed eco-stilisti come Amanda Shi Avita, Linda Loudermilk, Katherine Hamnett e Miho Aoki (per citarne solo alcuni) hanno in comune l’utilizzo del bambù per la creazione dei loro capi. La morbidezza, la lucentezza, il prezzo abbordabile se paragonato a seta e cachemire e l’eco-sostenibilità hanno infatti attirato l’attenzione verso questo materiale.

I tessuti fabbricati chimicamente con viscosa di bambù hanno alcune proprietà amate da stilisti e consumatori sia convenzionali sia eco-consapevoli:

  • Sono naturalmente morbidi e lucenti.
  • Sono meno costosi e più resistenti della seta (i capi d’abbigliamento in bambù possono essere tranquillamente messi in lavatrice e nell’asciugatrice).
  • Sono ipoallergenici, e adatti anche a pelli sensibili grazie alla struttura liscia e rotonda delle fibre.
  • Sono antibatterici e antifungini, grazie ad un agente antibatterico presente nelle piante di bambù che aiuta anche a trattenere gli odori.
  • Sono altamente assorbenti, quasi 3 o 4 volte in più rispetto al cotone, traspiranti e termoregolatori: in condizioni meteorologiche calde e umide gli abiti in bambù contribuiscono a mantenere chi li indossa più asciutto, più fresco e più comodo, rispettando la pelle.
  • Proteggono dai raggi UV dannosi (ne schermano circa il 98%).

Inoltre, i capi di abbigliamento in bambù sono al 100% biodegradabili e possono essere completamente decomposti nel suolo da microrganismi o alla luce del sole, senza rilasciare, durante la decomposizione, sostanze inquinanti come il gas metano, che è comunemente prodotto nelle discariche.

In Italia ad oggi l’uso del bambù per l’abbigliamento è poco frequente, se non in forma estremamente limitata e sotto forma di fibra naturale. Solitamente il filato di bambù nell’abbigliamento è utilizzato prevalentemente insieme al cotone (50% bambù e 50% cotone), mentre nella creazione di accessori quali calze, sciarpe, cappelli, panni per casa, panni per occhiali e asciugamani spesso viene utilizzata al 100% solo fibra di bambù. Esistono tuttavia alcune realtà aziendali che hanno deciso di investire in questo tipo di materiale, come l’industria tessile piemontese.

EDILIZIA E BIOARCHITETTURA:

Il bambù è sempre più utilizzato come materiale da costruzione grazie ad una maggiore resistenza a tensione e compressione rispetto al legno. La resistenza delle sue fibre alla tensione può arrivare a quasi due volte quella dell’acciaio mentre la resistenza alla compressione supera addirittura il calcestruzzo.

La costruzione di case in bambù è una pratica tradizionale comune in gran parte dei paesi in via di sviluppo dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa e diventa particolarmente diffusa nelle aree rurali dove le comunità locali costruiscono basandosi su metodi tradizionali e attraverso l’uso di tecniche tramandate da generazioni. L’interesse di numerosi architetti prevalentemente occidentali e sudamericani, che negli ultimi decenni hanno dedicato i loro studi e le loro sperimentazioni alle proprietà meccanico-fisiche del bambù e al suo impiego nel settore dell’edilizia, hanno prodotto risultati innovativi apportando un notevole sviluppo nella concezione di questo materiale.

Nell’ambito delle costruzioni a basso costo, il bambù si presenta infatti come un materiale competitivo: è un materiale economico ed ecosostenibile e si possono costruire abitazioni con poche centinaia di dollari, completamente smontabili e riparabili, comode e fresche da abitare. Architetti, eco designer ed interior designer oltre che ambientalisti non potevano non notare un materiale da costruzione 50 volte più resistente della quercia ma più leggero del cemento armato, flessibile, esteticamente gradevole e sostenibile, idoneo ad essere utilizzato anche per costruire ponti e cattedrali. Grazie a queste caratteristiche uniche, l’interesse al bambù come materiale da costruzione sta crescendo piuttosto velocemente anche in Europa.

In Colombia, in prima linea nelle moderne architetture sostenibili che utilizzano bambù, architetti come Oscar Hidalgo Lopez, Marcelo Villegas, Simon Velez, realizzano pregiate residenze ma anche uffici pubblici con bambù. Negli Stati Uniti Darrel DeBoer è un architetto specializzato nella costruzione di edifici con materiali sostenibili e ha creato edifici universitari grazie al bambù, scrivendo un manuale sull’utilizzo della pianta. Nelle Hawaii edifici governativi vengono realizzati con il bambù raggiungendo elevati livelli di certificazione strutturale; sempre negli USA numerose sono ormai le case realizzate completamente in bambù, ed aziende specializzate nell’utilizzo del bambù sperano di espanderne l’utilizzo anche in altre zone temperate dell’Europa.

In Italia è stata costruita la prima struttura d’Europa a uso pubblico interamente in bambù e a carattere permanente: si trova a Vergiate (VA) ed è destinata a ospitare le manifestazioni estive del paese. Per costruirla sono stati utilizzati 400 culmi di bambù, per un totale di circa 500 metri quadrati.

Il bambù, laminato o pressato, può inoltre essere impiegato per pavimenti, rivestimenti e arredamento trattato naturalmente con colori naturali. Grazie all’ottima qualità e al prezzo concorrenziale, in Europa sta avvenendo una decisa espansione dell’uso del bambù come materiale di rivestimento per pavimentazioni.

Le aziende italiane del legno commercializzano il bambù principalmente sotto forma di pannelli o in fogli sottili (impiallacciatura). Attualmente il bambù viene importato in Italia dai vari paesi di produzione sia come materia prima che sotto forma di legname.
Ad evidenziare una tendenza che pare irreversibile Scavolini è una delle grandi firme dell’arredamento italiano che oggi puntano al bambù nella loro produzione di cucine.

ALTRI UTILIZZI DEL BAMBÙ:

Grazie alle fibre flessibili e morbide, il bambù rende possibile la realizzazione di una vasta gamma di prodotti e di forme, e sono centinaia le altre applicazioni del bambù. Sul mercato esistono prodotti di ogni tipo fatti con questo materiale: accessori per la cucina, contenitori di vario genere, sedie, tavoli e gazebi da giardino, caschi, biciclette, cover per cellulari, tastiere per pc, vasi e un’infinità di suppellettili.

I gioielli in bambù montati su oro oppure con pietre preziose incastonate creati dalla stilista e imprenditrice Betty Feffer sono una delle manifestazioni più raffinate. Uno stilista del calibro di Gucci, precursore e creatore di mode, ha da molti anni creato un’intera linea di borse con manici ed accessori in bambù, chiamata Bambù Forever.

INSOMMA, PER CHI SI CHIEDE COME FAREMO A SOSTITUIRE LA PLASTICA, LA RISPOSTA C’E’ E SI CHIAMA BAMBÙ!

Sei interessato al mondo del bambù? Iscriviti per ricevere tutte le novità!

La green economy salverà il mondo?

La green economy salverà il mondo?

Il 15 marzo 2019, i notiziari di tutto il mondo sono stati invasi dalle immagini della più grande manifestazione per il clima di tutti i tempi, in cui 1,6 milioni di persone sono scese in piazza e hanno marciato per le strade di 125 nazioni per chiedere ai governi politiche più serie contro il riscaldamento globale.

Come per le grandi battaglie per i diritti civili negli anni ’60, anche questa volta la denuncia è partita dai giovani, di cui si è fatta portavoce l’attivista sedicenne Greta Thunberg, studentessa svedese che è diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco da quando, il 20 agosto del 2018, si è seduta davanti al Parlamento svedese reggendo un cartello con la scritta “Sciopero della scuola per il clima”.

Non sorprende che siano proprio le nuove generazioni a pretendere con maggior urgenza degli interventi concreti per ridurre le emissioni e aumentare la sostenibilità nelle attività dell’uomo, che negli ultimi cento anni hanno lasciato un segno indelebile sul nostro pianeta.

Le conseguenze dello sfruttamento intensivo e dell’inquinamento spregiudicato, infatti, sono già in atto e, se non verranno intraprese immediatamente delle misure di contrasto, causeranno danni sempre più violenti nei decenni a venire.

Gli esperti parlano di 12 anni per fermare il disastro: ci resta poco più di un decennio per mettere in atto una vera e propria rivoluzione ecologica capace di frenare il cambiamento climatico provocato dallo sfruttamento spregiudicato delle risorse della nostra Terra.

Cambiamento climatico: cause…

Se il mondo è il pericolo la colpa è nostra. I ghiacciai si sciolgono, i livelli del mare salgono, le foreste si riducono e gli ecosistemi faticano ad adattarsi alle trasformazioni repentine dovute al riscaldamento globale, con conseguenze disastrose per la flora e la fauna terrestri.

Gli scienziati sono concordi nell’indicare che il 95% dei fenomeni legati al cambiamento climatico è dovuto alle attività antropiche, che nell’ultimo secolo e mezzo hanno causato un aumento innaturale delle temperature attraverso l’emissione di calore dovuta ai gas serra.

I gas serra – principalmente vapore acqueo (H2O), anidride carbonica (CO2), protossido di azoto (N2O), metano (CH4) ed esafluoruro di zolfo – sono gas naturali presenti da sempre nell’atmosfera che svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio termico del pianeta. Grazie alla loro capacità di trattenere la radiazione infrarossa riemessa dalla superficie dalla Terra, infatti, provocano un riscaldamento dell’atmosfera – definito “effetto serra” – che ha creato le condizioni necessarie per permettere l’evoluzione della vita terrestre.

Nell’ultimo secolo, però, gli interventi dell’uomo hanno causato una forte variazione nei livelli di questi gas – come la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera che è passata da 280 parti per milione nell’epoca preindustriale alle 440 ppm del 2017 – provocando un innalzamento senza precedenti nelle temperature globali.

Il 2018, infatti, è stato il quarto anno più caldo mai registrato, a conferma di quanto dicono ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando, e gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia.

Secondo i dati del WMO (Organizzazione metereologica mondiale) le temperature medie si sono alzate di +1.1°C rispetto a quelle registrate un secolo fa: una cifra che si avvicina pericolosamente a un altro limite massimo identificato dagli esperti, quello dei +2°C di aumento medio delle temperature che costituirà il punto di non ritorno, la svolta oltre la quale, qualunque cosa faremo, non sarà più possibile arrestare i risvolti catastrofici del cambiamento climatico.

…e conseguenze

I cambiamenti climatici mettono a dura prova gli equilibri dei processi ambientali e degli habitat, ovvero gli ecosistemi naturali quali foreste, praterie, deserti, sistemi montani, laghi e oceani, con effetti devastanti a cui stiamo già assistendo.

Ma qual è nello specifico il panorama che ci attende se non conterremo i danni del cambiamento climatico? Lo scenario che si prospetta è sconcertante:

  • Aumento delle temperature.

Se l’idea di vivere inverni più miti può sembrare allettante, basti ricordare l’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 decessi (dati OMS)

Un recente studio pubblicato su “Nature Climate change” analizza i rischi dovuti all’ipertermia, evidenziando come siano aumentati dagli anni ’80: anche se riducessimo subito le emissioni di CO2, entro il 2100 il 48% della popolazione mondiale sarebbe comunque in pericolo; la percentuale sale invece al 75% se non prendiamo provvedimenti.

  • Innalzamento del livello dei mari.

L’aumento delle temperature si fa sentire ancora di più ai poli, dove i ghiacci e le banchise si stanno sciogliendo, con conseguenze sul livello degli oceani: aumentano a una velocità doppia rispetto agli anni ’90. Secondo gli esperti, nella migliore delle ipotesi dobbiamo aspettarci un metro in più entro fine secolo.
In Italia l’area più critica è quella tra Venezia e Trieste, ma sono ben 33 le aree considerate a rischio.

  • Estinzione di specie animali e vegetali.

A cominciare dallo scioglimento dei ghiacci, che mette in pericolo orsi polari (si stima che ne spariranno i due terzi entro il 2050) e pinguini (dalle 32.000 coppie riproduttive presenti 30 anni fa, siamo passati alle 11.000 attuali), sono a rischio estinzione 1 specie su 6.
Secondo i ricercatori stiamo vivendo e causando la sesta estinzione di massa, la prima ad essere causata da una specie vivente; la cosa preoccupante non è solo il numero delle specie estinte, ma il calo dei soggetti che formano ogni specie: il numero di esemplari sul pianeta si è già dimezzato.

  • Acidificazione dei mari.

Circa un quarto della CO2 emessa in atmosfera finisce negli oceani, contribuendo a modificarne il PH: dall’inizio dell’era industriale, l’acidità è aumentata del 26%, con gravi conseguenze per l’ecosistema marino.
Le barriere coralline, ad esempio, già a forte rischio estinzione (il 35% dei coralli sono morti o stanno morendo), secondo gli scienziati potrebbero scomparire entro il 2050. In pericolo anche plancton, crostacei e molluschi, e poi a cascata l’intera catena alimentare; i danni sono più prossimi di quanto crediamo: se una volta gli esperti parlavano di secoli, ora si sono corretti in “decine di anni”.

  • Uragani e tempeste.

Il 2017 è stato ribattezzato “l’anno degli uragani”, uno dei quali ha raggiunto l’Europa per la prima volta dalla metà del 1800. Secondo le previsioni, i cambiamenti climatici porteranno a fenomeni metereologici sempre più estremi, sia in termini di frequenza che di intensità; nei prossimi anni dobbiamo aspettarci cicloni e tempeste tropicali con un potenziale distruttivo maggiore.

  • Siccità

L’altra faccia della medaglia è la siccità. Tutta l’area mediterranea è a rischio desertificazione, Italia compresa: questo significa un degrado del suolo che da terra fertile diventa deserto, compromettendo la produttività.
Secondo i dati del WWF, entro il 2030 questo fenomeno costringerà a migrare 700 milioni di persone.

  • Calo delle risorse di acqua dolce.

Una delle principali conseguenze del cambiamento climatico è un impatto sul ciclo dell’acqua e quindi sulla disponibilità delle risorse idriche. La minor disponibilità di acqua dolce è strettamente collegata alla riduzione delle piogge che, sommata all’evaporazione per le alte temperature e i continui prelievi dai bacini idrici, ha fatto sì che negli anni tra il 1948 e il 2004 si sia verificato un calo in almeno un terzo dei fiumi più importanti del mondo. Secondo l’ONU, se non conterremo l’azione nociva delle attività antropiche sul pianeta, nel 2030 avremo già esaurito il 40% dell’acqua dolce sulla Terra.

  • Impoverimento delle qualità del suolo.

Il suolo è una risorsa non rinnovabile, la cui conservazione è fondamentale per la sicurezza alimentare dell’umanità. Secondo la FAO, il 33% del suolo è da moderatamente ad altamente degradato a causa di erosione, perdita di nutrienti, acidificazione, salinizzazione, compattazione e inquinamento chimico.

  • Ridotte disponibilità di cibo.

Nonostante continui a diminuire la qualità del suolo, cresce la domanda alimentare: sempre secondo la FAO, solo per soddisfare la domanda di cibo, la produzione agricola deve aumentare, entro il 2040, del 60% a livello globale e quasi del 100% nei paesi in via di sviluppo. La buona notizia è che l’uso più efficiente dell’acqua, l’impiego ridotto dei pesticidi e il miglioramento della salute dei terreni possono far aumentare la resa agricola media del 79%.

  • Migrazioni di massa.

Se messe alle strette da disastri naturali ed esaurimento delle risorse, le specie animali, le piante e anche le persone sono costrette a spostarsi, con delle vere e proprie migrazioni, in cerca di climi adeguati. Così è in crescita il numero di migranti a causa del cambiamento climatico, che costituiscono il 15% di quelli mondiali.

  • Diffusione di malattie.

Anche batteri e virus imparano ad adattarsi, specie se trovano un clima favorevole. L’aumento delle temperature ha permesso il diffondersi di malattie tipiche delle zone tropicali, come malaria, colera e febbre dengue; secondo gli epidemiologi, è questione di tempo prima che arrivino anche in Italia, ad esempio nella Pianura Padana.

  • Danni economici.

L’Agenzia Ambientale Europea ha da poco pubblicato una ricerca sui rischi naturali in Europa, causati dai cambiamenti climatici. I fenomeni meteorologici estremi, tra il 1980 e il 2016, hanno causato perdite economiche pari a 433 miliardi, tra inondazioni, tempeste e siccità; tra i 28 stati della UE, quello che ha subito più danni è proprio l’Italia.

Un problema sulla bocca di tutti

Davanti a queste previsioni e all’evidenza tangibile degli stravolgimenti causati dal cambiamento climatico, è naturale che la sostenibilità sia diventata una tematica che non è più possibile ignorare. Il rapporto del quinto Osservatorio nazionale sulla sostenibilità indica infatti che nel 2018 il 74% della popolazione italiana il 15 per cento in più dello scorso anno – abbia dichiarato di essere interessato o appassionato all’argomento.

Una presa di coscienza che in molti sostengono sia arrivata persino troppo tardi, date le conseguenze disastrose che l’impatto dell’azione antropica sta già avendo sul pianeta, ma che è sintomatica di un cambiamento più grande che riguarda l’intera società: un altro dato positivo è quello che si riferisce alla voglia e alla motivazione che spinge l’86 per cento degli italiani a cambiare il loro atteggiamento per amore e rispetto della Terra, adottando uno stile di vita sostenibile che lasci alle future generazioni una “casa comune” dignitosa.

Sta nascendo finalmente una “green society” – un modo di vivere sempre più attento e consapevole – con cui si aprono anche nuove opportunità di crescita di consumo e di mercato per aziende e amministrazioni governative. Ancor più dei cittadini, infatti, le realtà che regolano e svolgono le attività produttive sono chiamate ad adottare misure e modelli di sviluppo sostenibili in contrapposizione al precedente modello di sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, a causa del quale oggi è sotto minaccia la sopravvivenza della nostra specie: una “green economy” che risponda alle esigenze della “green society”.

Sei interessato al mondo del bambù? Iscriviti per ricevere tutte le novità!

Green economy Made in Italy: la nuova frontiera del business che fa bene al pianeta e al portafogli

Si parla sempre più di green economy, il modello produttivo sostenibile che mette al primo posto la salute dell’ambiente e la qualità della vita delle persone per ridurre i danni causati dall’impronta dell’uomo sul pianeta.

Il cambiamento climatico, del resto, ha conseguenze non solo sul futuro della Terra ma anche sull’economia internazionale: secondo i dati raccolti recentemente da Confcooperative, la stima economica degli effetti disastrosi di eventi collegati al cambiamento climatico ha già raggiunto i 290 miliardi di euro. Evitare tali costi potrebbe incrementare il Pil dei Paesi G20 del 4,7% netto entro il 2050.

In linea con la maggior consapevolezza del problema a livello globale, anche l’88% degli italiani dichiara che, potendo scegliere come far fruttare i propri risparmi, a parità di rendimento, preferirebbe gli investimenti sostenibili, come riporta il più recente rapporto degli Stati Generali sulla green economy in Italia.

La sostenibilità è finalmente un tema da prima pagina, dunque, ma quando bisogna passare dalla teoria alla pratica, come stanno le cose? La finanza sostenibile è un’opzione concreta o rappresenta ancora una rara eccezione?

Vediamo i numeri: secondo il rapporto biennale della Gsia – Global sustainable investment alliance (l’unico a mettere insieme i dati di Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda), gli investimenti sostenibili stanno crescendo in tutto il mondo, con un valore complessivo nei principali mercati globali pari a circa 31 mila miliardi di dollari. Una cifra che cresce del +34 per cento ogni due anni.

Con un volume di investimenti che è poco meno della metà rispetto al totale, l’Europa si conferma l’epicentro della finanza responsabile, anche grazie agli incentivi messi in campo per favorire gli investimenti sostenibili. Ne è un esempio il progetto “Inquiry” delle Nazioni Unite, avviato per sostenere gli sforzi nazionali e internazionali indirizzati a spostare gli ingenti investimenti necessari a promuovere una green economy inclusiva.

La green economy in Italia

In questo contesto, l’Italia si è posta all’avanguardia della rivoluzione verde.

Secondo la Relazione sullo stato della green economy in Italia del 2018, infatti, le imprese eco rappresentano il 10,3% della produzione. Il maggior tasso di imprese green si ha nel settore manifatturiero che conta il 32% delle aziende con particolare sensibilità all’ambiente. Questa posizione conferma i progressi compiuti per l’implementazione di politiche volte all’ecoinnovazione e all’economia circolare, ma indica anche margini di miglioramento per una società a maggiore efficienza nell’uso di risorse basata su modelli di produzione e consumo più circolari e sostenibili.

“L’Italia non è all’anno zero in green economy” ha dichiarato recentemente Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. “Investire in green economy significa fare economia circolare e l’economia circolare deve sostituire l’economia lineare perché le risorse non sono illimitate”.

Secondo Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, “I vantaggi economici di questi investimenti green sono molteplici. Il primo riguarda i costi evitati dell’inquinamento e di altri impatti ambientali; il secondo la capacità di queste scelte green di attivare, con investimenti pubblici, effetti moltiplicatori anche di quelli privati; il terzo vantaggio sta nella capacità di utilizzare e promuovere innovazione, diffusione di buone pratiche e buone tecniche”.

Per quanto riguarda il potenziale di crescita della green economy, il rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola indica che le aziende che investono in questo settore hanno un livello maggiore di esportazioni rispetto a quelle che fanno scelte differenti: il 18,9% delle esportazioni a fronte del 10,7% registrato dalle imprese aventi processi produttivi non ecosostenibili.

La transizione verso un’economia pulita, dicono i ricercatori, sta determinando anche una modifica strutturale all’interno dell’occupazione: la green economy è un generatore netto di posti di lavoro di qualità salari adeguati, condizioni di lavoro sicure, stabilità del posto di lavoro, ragionevoli prospettive di carriera e diritti per i lavoratori.

In Italia, l’ultimo Rapporto Censis-Confcooperative prevede che proprio la green economy genererà 500mila posti di lavoro entro il 2023. Questo significa che, ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia, uno sarà generato da aziende eco-sostenibili.

Lo scenario italiano dipinto dal Fondo monetario internazionale è infatti di un fabbisogno, tra il 2019 e il 2023, di 2 milioni e 542 mila nuovi posti di lavoro: non per niente il settore green – che già oggi è pari al 2,4% del Pil – è stato definito “il nuovo eldorado dell’occupazione italiana”, che risponde alla crescente domanda di servizi e prodotti in linea con i valori della green society.

L’agricoltura

In particolare, a fianco al settore manifatturiero, continuano i progressi in direzione green dell’agricoltura italiana: dopo la Spagna, l’Italia è il Paese europeo con la più ampia superficie di agricoltura biologica, davanti alla Francia e alla Germania, e aumentano anche le produzioni agricole di qualità certificata che, a fine 2016, hanno raggiunto il valore di 15 miliardi.

Sono dati importanti, soprattutto considerando che, fra gli obiettivi di sostenibilità più critici che l’Italia si è impegnata a raggiungere, c’è proprio la questione dello sfruttamento del suolo, che nel 2017 ha continuato ad aumentare al ritmo di 15 ettari al giorno. Le aree verdi si riducono e l’Italia resta fra i Paesi europei con la più alta percentuale di consumo di questa risorsa non riproducibile.

Nel 2017, l’incidenza della superficie biologica sul totale della superficie agricola utilizzata ha raggiunto il 14,5%, contro il 12% dell’anno precedente. Alla crescita della superficie biologica si è accompagnata una riduzione dell’impiego di fitofarmaci: meno 22,2% tra il 1990 e il 2015.

Per questo, il riadattamento delle terre italiane all’agricoltura – e in particolare all’agricoltura biologica – è uno dei traguardi che saranno oggetto di maggiori incentivi nei prossimi anni, con l’approvazione europea definitiva del nuovo regolamento sull’agricoltura biologica che entrerà in vigore dal 2021 (e che sostituirà l’attuale, varato nel 2007), con interventi a favore del biologico nonché l’istituzione del Fondo per lo sviluppo della produzione biologica.

Il momento non è quindi soltanto propizio per gli investimenti green, ma l’infusione di capitali in questo settore è una vera e propria necessità per le sorti del nostro pianeta e per la competitività delle nostre aziende in un orizzonte internazionale sempre più orientato alla sostenibilità.

In Italia – spiega Ermete Realacci, presidente di Symbola, Fondazione per le qualità italiane – questo cammino verso il futuro incrocia strade che arrivano dal passato e che ci parlano di una spinta alla qualità, all’efficienza, all’innovazione, alla bellezza. Una sintonia tra identità e istanze del futuro che negli anni bui della crisi è diventata una reazione di sistema, spesso senza incentivi pubblici. Una scelta coraggiosa e vincente, per le imprese e per il Paese. Un modello produttivo e sociale per una Italia che fa l’Italia. Più competitiva, più solidale, più green”.

Sei interessato al mondo del bambù? Iscriviti per ricevere tutte le novità!