Green economy Made in Italy: la nuova frontiera del business che fa bene al pianeta e al portafogli

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Si parla sempre più di green economy, il modello produttivo sostenibile che mette al primo posto la salute dell’ambiente e la qualità della vita delle persone per ridurre i danni causati dall’impronta dell’uomo sul pianeta.

Il cambiamento climatico, del resto, ha conseguenze non solo sul futuro della Terra ma anche sull’economia internazionale: secondo i dati raccolti recentemente da Confcooperative, la stima economica degli effetti disastrosi di eventi collegati al cambiamento climatico ha già raggiunto i 290 miliardi di euro. Evitare tali costi potrebbe incrementare il Pil dei Paesi G20 del 4,7% netto entro il 2050.

In linea con la maggior consapevolezza del problema a livello globale, anche l’88% degli italiani dichiara che, potendo scegliere come far fruttare i propri risparmi, a parità di rendimento, preferirebbe gli investimenti sostenibili, come riporta il più recente rapporto degli Stati Generali sulla green economy in Italia.

La sostenibilità è finalmente un tema da prima pagina, dunque, ma quando bisogna passare dalla teoria alla pratica, come stanno le cose? La finanza sostenibile è un’opzione concreta o rappresenta ancora una rara eccezione?

Vediamo i numeri: secondo il rapporto biennale della Gsia – Global sustainable investment alliance (l’unico a mettere insieme i dati di Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda), gli investimenti sostenibili stanno crescendo in tutto il mondo, con un valore complessivo nei principali mercati globali pari a circa 31 mila miliardi di dollari. Una cifra che cresce del +34 per cento ogni due anni.

Con un volume di investimenti che è poco meno della metà rispetto al totale, l’Europa si conferma l’epicentro della finanza responsabile, anche grazie agli incentivi messi in campo per favorire gli investimenti sostenibili. Ne è un esempio il progetto “Inquiry” delle Nazioni Unite, avviato per sostenere gli sforzi nazionali e internazionali indirizzati a spostare gli ingenti investimenti necessari a promuovere una green economy inclusiva.

La green economy in Italia

In questo contesto, l’Italia si è posta all’avanguardia della rivoluzione verde.

Secondo la Relazione sullo stato della green economy in Italia del 2018, infatti, le imprese eco rappresentano il 10,3% della produzione. Il maggior tasso di imprese green si ha nel settore manifatturiero che conta il 32% delle aziende con particolare sensibilità all’ambiente. Questa posizione conferma i progressi compiuti per l’implementazione di politiche volte all’ecoinnovazione e all’economia circolare, ma indica anche margini di miglioramento per una società a maggiore efficienza nell’uso di risorse basata su modelli di produzione e consumo più circolari e sostenibili.

“L’Italia non è all’anno zero in green economy” ha dichiarato recentemente Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare. “Investire in green economy significa fare economia circolare e l’economia circolare deve sostituire l’economia lineare perché le risorse non sono illimitate”.

Secondo Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, “I vantaggi economici di questi investimenti green sono molteplici. Il primo riguarda i costi evitati dell’inquinamento e di altri impatti ambientali; il secondo la capacità di queste scelte green di attivare, con investimenti pubblici, effetti moltiplicatori anche di quelli privati; il terzo vantaggio sta nella capacità di utilizzare e promuovere innovazione, diffusione di buone pratiche e buone tecniche”.

Per quanto riguarda il potenziale di crescita della green economy, il rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola indica che le aziende che investono in questo settore hanno un livello maggiore di esportazioni rispetto a quelle che fanno scelte differenti: il 18,9% delle esportazioni a fronte del 10,7% registrato dalle imprese aventi processi produttivi non ecosostenibili.

La transizione verso un’economia pulita, dicono i ricercatori, sta determinando anche una modifica strutturale all’interno dell’occupazione: la green economy è un generatore netto di posti di lavoro di qualità salari adeguati, condizioni di lavoro sicure, stabilità del posto di lavoro, ragionevoli prospettive di carriera e diritti per i lavoratori.

In Italia, l’ultimo Rapporto Censis-Confcooperative prevede che proprio la green economy genererà 500mila posti di lavoro entro il 2023. Questo significa che, ogni cinque nuovi posti di lavoro creati dalle imprese attive in Italia, uno sarà generato da aziende eco-sostenibili.

Lo scenario italiano dipinto dal Fondo monetario internazionale è infatti di un fabbisogno, tra il 2019 e il 2023, di 2 milioni e 542 mila nuovi posti di lavoro: non per niente il settore green – che già oggi è pari al 2,4% del Pil – è stato definito “il nuovo eldorado dell’occupazione italiana”, che risponde alla crescente domanda di servizi e prodotti in linea con i valori della green society.

L’agricoltura

In particolare, a fianco al settore manifatturiero, continuano i progressi in direzione green dell’agricoltura italiana: dopo la Spagna, l’Italia è il Paese europeo con la più ampia superficie di agricoltura biologica, davanti alla Francia e alla Germania, e aumentano anche le produzioni agricole di qualità certificata che, a fine 2016, hanno raggiunto il valore di 15 miliardi.

Sono dati importanti, soprattutto considerando che, fra gli obiettivi di sostenibilità più critici che l’Italia si è impegnata a raggiungere, c’è proprio la questione dello sfruttamento del suolo, che nel 2017 ha continuato ad aumentare al ritmo di 15 ettari al giorno. Le aree verdi si riducono e l’Italia resta fra i Paesi europei con la più alta percentuale di consumo di questa risorsa non riproducibile.

Nel 2017, l’incidenza della superficie biologica sul totale della superficie agricola utilizzata ha raggiunto il 14,5%, contro il 12% dell’anno precedente. Alla crescita della superficie biologica si è accompagnata una riduzione dell’impiego di fitofarmaci: meno 22,2% tra il 1990 e il 2015.

Per questo, il riadattamento delle terre italiane all’agricoltura – e in particolare all’agricoltura biologica – è uno dei traguardi che saranno oggetto di maggiori incentivi nei prossimi anni, con l’approvazione europea definitiva del nuovo regolamento sull’agricoltura biologica che entrerà in vigore dal 2021 (e che sostituirà l’attuale, varato nel 2007), con interventi a favore del biologico nonché l’istituzione del Fondo per lo sviluppo della produzione biologica.

Il momento non è quindi soltanto propizio per gli investimenti green, ma l’infusione di capitali in questo settore è una vera e propria necessità per le sorti del nostro pianeta e per la competitività delle nostre aziende in un orizzonte internazionale sempre più orientato alla sostenibilità.

In Italia – spiega Ermete Realacci, presidente di Symbola, Fondazione per le qualità italiane – questo cammino verso il futuro incrocia strade che arrivano dal passato e che ci parlano di una spinta alla qualità, all’efficienza, all’innovazione, alla bellezza. Una sintonia tra identità e istanze del futuro che negli anni bui della crisi è diventata una reazione di sistema, spesso senza incentivi pubblici. Una scelta coraggiosa e vincente, per le imprese e per il Paese. Un modello produttivo e sociale per una Italia che fa l’Italia. Più competitiva, più solidale, più green”.

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